Museo Agricolo del Lavoro dei Campi Bonum Comedere – Cavacurta

CAVACURTA 01

INFO

Informazioni generali – Piazza della Chiesa 26844 Cavacurta (LO)
Tel. 0377 59 144 – Fax 0377 59 118

Orari – Su prenotazione al n. tel. 339 57 10 088 (Sig. Giuseppe Rocca).

Prezzi – Ingresso gratuito.

Visite guidate – Su prenotazione al n. tel. 339 57 10 088 (Sig. Giuseppe Rocca).


Cenni storici

Il Museo Bonum Comedere, ospitato nelle antiche e prestigiose cantine del complesso dell’ex Monastero, prese forma nel gennaio 1996 da un’idea dell’allora parroco Tino Cremascoli che diede inizio alla raccolta di materiali e reperti relativi alla vita contadina della nostra terra. Lo scopo degli organizzatori era quello di fornire ai visitatori, attraverso la presentazione di manufatti, una memoria tangibile di un mondo ormai lontanissimo dalla nostra esperienza. Nel 2009, grazie all’interesse e alla competenza dell’architetto Giacomo Bassi, è stato avviato un piano di recupero e di riqualificazione della raccolta, predisponendo un progetto organico con un percorso espositivo di carattere divulgativo e didattico, ma nel contempo specialistico. La Regione Lombardia ha appoggiato finanziariamente il progetto attraverso l’intervento programmatico coordinato dalla Provincia di Lodi, secondo le finalità proposte in occasione di Expo 2015.


Criteri espositivi – itinerario di visita

Il tema Dal lavoro dei campi: bonum comedere è indicativo del percorso che il museo propone: dall’agricoltura all’alimentazione, la storia di un ciclo fondamentale e vitale per l’uomo. Il Museo è ospitato nell’ex Convento dei Servi di Maria. Fondato intorno alla metà del XV secolo, già alla fine del ‘500 contava più di cinquanta celle rappresentando una delle comunità più significative della Lombardia. Dell’antica struttura, oggi si possono ammirare la lunetta in ferro battuto del portale d’ingresso, con l’insegna dei Servi di Maria, e l’atrio pregevolmente affrescato. La collezione è esposta nelle suggestive cantine caratterizzate da un’imponente volta a botte e da un antico pozzo seicentesco ancora funzionante.
Il percorso espositivo parte dalla ricostruzione di una casa contadina: generalmente composta da due locali, uno al piano terra, con pavimento in terra battuta e il camino, e uno al primo piano, adibito a stanza da letto e a ricovero delle granaglie, la casa colonica rappresentava il fulcro della vita famigliare scandita dai ritmi della coltivazione della terra e strettamente legata all’allevamento degli animali che talvolta trovavano ospitalità all’interno della casa stessa. Il patto colonico infatti dava ai contadini la possibilità di allevare gli animali di bassa corte come polli, anatre e tacchini che potevano garantire carne e uova per le necessità della famiglia. La dieta dei contadini era semplice ma nutriente e spesso legata al susseguirsi delle stagioni: in inverno venivano consumati polenta, lardo, formaggio, insaccati e minestre mentre in primavera e in estate si consumavano anche ortaggi, pesce, rane e uova.
La dieta del contadino non poteva prescindere dal vino e proprio al vino è dedicata una sezione della collezione che illustra le fasi della lavorazione della vite, dalla coltivazione alla vendemmia e dalla pigiatura all’imbottigliamento. Molto interessanti sono le sezioni dedicate alla coltivazione del lino e della seta. Da sempre appannaggio delle donne e spesso anche dei bambini, la coltivazione del lino e l’allevamento del baco da seta costituivano una risorsa importante per le famiglie contadine della prima metà del ‘900. Il lino rimase per secoli il tessuto di abiti e lenzuola e quindi prezioso per la dote delle spose, la vendita del filo di seta costituiva un’entrata significativa per l’economia famigliare.
L’esposizione prosegue con la descrizione dei lavori artigianali: il sellaio, fondamentale per il buon funzionamento del traino animale, il maniscalco, addetto alla ferratura degli animali e il falegname carradore, addetto alla costruzione e alla riparazione degli strumenti agricoli e dei carri. Proseguendo nel percorso si incontra la sezione dedicata alle coltivazioni più diffuse nel territorio lodigiano: il riso, il granoturco e il frumento. Oggi il riso è il cereale più coltivato al mondo, la sua coltivazione si sviluppa da una tradizione antichissima e compare per la prima volta nella nostra cultura agricola ed alimentare 2.000 anni fa. Nel nostro territorio è strettamente legato ad una figura che rimane ancora oggi viva nella memoria: la mondina. Il sistema idrico costituiva una base importante per il buon rendimento delle coltivazioni e ad esso è dedicata la sezione che descrive lo sviluppo delle marcite. Questa tecnica ricoprì un ruolo fondamentale per la produttività agricola del nostro territorio: la canalizzazione delle acque reflue e risorgive permetteva un costante riciclo d’acqua grazie al quale era possibile ottenere foraggio anche durante la stagione invernale.

Museo Agricolo